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Glifosato, quel diserbante che fa discutere

Sempre più utilizzato nelle coltivazioni OGM, lo Iarc lo ha definito come «probabile cancerogeno per l’uomo».

Fabio Di Todaro
30 marzo 2015

Il glifosato è stato definito "probabile cancerogeno" - Image by © Tony Hertz/AgStock Images/CorbisIl messaggio è forte, soprattutto perché va a toccare un tasto sul quale i consumatori risultano più sensibili.

Pesticidi utilizzati in agricoltura, organismi geneticamente modificati e tumori: è questo legame a tre ad aver acceso il dibattito sull’ultimo parere fornito dall’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro (Iarc), il dipartimento dell’Organizzazione Mondiale della Sanità che si occupa di portare a galla – e mettere a disposizione degli Stati e degli enti regolatori – le evidenze in ambito oncologico. Dell’ultimo parere, infatti, fa parte anche il glifosato, un erbicida il cui utilizzo è aumentato con la diffusione delle colture Ogm (mais, soia e cotone). Lo Iarc lo ha definito come «probabile cancerogeno per l’uomo», alla pari di due insetticidi: il malathion e il diazinon. Come tale lo ha inserito nel gruppo 2A, in cui gli oncologi raggruppano qualsiasi sostanza «per cui sono emerse limitate evidenze di cancerogenicità negli studi condotti sull’uomo e sufficienti negli esperimenti sugli animali». Nel documento risultano menzionati anche altri due insetticidi, il parathion e il tetrachlorvinphos, riconosciuti come possibili cancerogeni umani. Entrambe le sostanze, comunque, sono vietate nell’Unione Europea.

Fari puntati sul glifosato, dunque, utilizzato in almeno 750 diverse coltivazioni. Quelle di piante Ogm a esso resistenti – definite Roundup Ready, dal nome del primo erbicida a base di glifosato realizzato e brevettato dalla multinazionale Monsanto – permettono ai coltivatori di utilizzare l’erbicida contro le piante infestanti, senza danneggiare i raccolti.  Ma sulla sua (eventuale) tossicità si discute da tempo. Tutto cominciò nel 1985, quando l’Agenzia statunitense per la protezione dell’ambiente lo indicò come possibile cancerogeno umano, dopo averne testato gli effetti sui ratti e aver raccolto prove anche in Canada e in Svezia che ne associavano l’utilizzo all’insorgenza del linfoma non-Hodgkin. Lo stesso ente cambiò idea sei anni più tardi, inserendo il glifosato nel gruppo E: quello delle sostanze che non hanno dimostrato potenzialità cancerogene in almeno due studi condotti su animali. Nulla è cambiato fino all’ultimo parere fornito dallo Iarc, che spariglia nuovamente le carte. «Ci sono differenze significative tra gli studi analizzati dall’agenzia americana e quelli più recenti che evidenziano in maniera sufficiente la cancerogenicità della sostanza sugli animali».

La multinazionale della chimica Monsanto, fino al 2001 detentrice del brevetto sull’erbicida Roundup Ready che oggi rimane comunque il più venduto al mondo, si è opposta con fermezza al verdetto «in assenza di nuove evidenze scientifiche e di una classificazione che stabilisca il legame diretto tra il consumo di glifosato e l’aumento dei casi di cancro. Le decisioni sulla sicurezza dei prodotti e l’approvazione dei pesticidi sono governati da agenzie con potere regolatorio, come l’americana Epa e la Image by © Gideon Mendel/In Pictures/CorbisCommissione Europea, o come da enti scientifici indipendenti come l’Efsa. Le decisioni dello Iarc non condizioneranno l’etichettatura e l’uso del glifosato».

Un limite, in effetti, c’è ed è intrinseco agli studi epidemiologici, condotti associando l’insorgenza dei tassi di malattia nella popolazione presa in esame con l’utilizzo nella medesima area di un composto: in questo caso il glifosato. Un modus operandi, diffuso anche negli studi che riguardano il mondo della nutrizione, in cui non si riesce mai però a provare un nesso assolutamente sicuro di causa-effetto.

Twitter @fabioditodaro

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