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Predire il volto di una persona dal dna ora è possibile

Lo rivela uno studio diretto dal ricercatore Craig Venter. Non mancano però le polemiche: la privacy e la tutela dell'identità degli individui sarebbero a rischio

Fabio Di Todaro
11 ottobre 2017
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Dna umano, Foto iStock

La prospettiva è tanto semplice quanto raggelante: poter scattare una foto e avere in pochi minuti tutte le informazioni della persona immortalata. Anche quelle relative alla composizione del suo genoma, grazie al quale il «cervellone» che elabora e immagazzina i dati potrebbe andare oltre qualsiasi policy legata alla privacy. Potenza dell’intelligenza artificiale, che permetterebbe attraverso l’immagine di un volto di risalire alla profilatura genetica della persona in questione. È questo il quadro che emerge da una ricerca pubblicata sulla rivista «Proceedings of the National Academy of Sciences» (Pnas), condotta da un gruppo di ricercatori che fa capo a Craig Venter: lo scienziato protagonista del progetto che ha portato al disvelamento del genoma umano, oggi titolare dell’azienda «Human Longevity», con cui lo scienziato punta a realizzare la più grande operazione di sequenziamento del dna umano.

PREDIRE IL VOLTO DI UNA PERSONA DAL DNA – Il lavoro pubblicato lo scorso cinque settembre rappresenta l’esasperazione ai massimi livelli della capacità di conoscere i geni di ogni individuo. I ricercatori hanno sequenziato i genomi di 1061 persone: di età e origini etniche differenti. Dopodiché, affiancando ai dati genetici le immagini in tre dimensioni che ritraevano i loro volti, attraverso l’intelligenza artificiale hanno provveduto a identificare delle piccole sequenze di Dna (polimorfismi a singoli nucleotidi) associate a specifiche caratteristiche fisiche: tra cui l’altezza, il peso, l’età (valutando l’accorciamento dei telomeri, collegato all’invecchiamento), il tono della voce e il colore della pelle. L’esperimento, ripetuto a più riprese, è stato dichiarato riuscito nel 74 per cento dei casi. Un’evidenza che ha portato gli stessi autori dello studio ad affermare che «chi maneggia i dati genetici, come gli scienziati ma pure le forze dell’ordine e i magistrati, dovrebbe proteggerli con molta cura per evitare che si possa determinare il riconoscimento della persona in questione». Le risultanze dell’ultimo studio dimostrerebbero infatti «come non esista una totale privacy nei database accessibili pubblicamente». Il set dei dati analizzati è stato ritenuto «limitato» dagli stessi autori dello studio. «Ma ci sono tutti gli elementi affinché la base diventi più solida», ha replicato Heather Kowalski, portavoce del gruppo di ricerca, alle critiche partite dal resto della comunità scientifica.

LA CRITICA DEGLI ALTRI SCIENZIATI – La questione è finita infatti anche sulle colonne di «Nature», tra le principali riviste scientifiche a livello mondiale. Dopo aver letto il paper, diversi genetisti hanno mostrato però più di qualche perplessità. «In gruppi selezionati di dieci persone, come fatto dai colleghi, riconoscere l’età, il sesso e la razza non è così poi indicativo dell’accuratezza del lavoro svolto», ha affermato Yaniv Erlich, biologo computazionale della Columbia University (New York). Qualche intoppo in effetti deve esserci stato, se lo studio è stato rifiutato da «Science», prima di trovare spazio sulle colonne di «Pnas»: rivista con un impatto inferiore, ma che soprattutto permette a un membro dell’Accademia nazionale statunitense di scienza, ingegneria e medicina, qual è Venter, di selezionare alcuni revisori: tre, nel caso specifico.

COME CONDIVIDERE I DATI NEL RISPETTO DELLA PRIVACY? – A destare sospetti è il ruolo non terzo della «Human Longevity», che da tre anni lavora alla costruzione del più grande database di informazioni genetiche umane. La questione ha sollevato comunque il dibattito tra gli scienziati, dal momento che la condivisione dei dati genetici è alla base degli studi che s’effettuano per riconoscere le cause delle malattie non ancora spiegate e per la successiva messa a punto di farmaci efficaci. «Condividere le informazioni è fondamentale, ma occorre trovare il modo per non permettere l’identificazione degli individui», ha affermato Jason Piper, uno degli autori della discussa ricerca, che assieme a un enorme potenziale porta con sé anche un ampio bagaglio di dubbi di natura etica. Cosa accadrà se un giorno basterà un vetrino per indovinare peso, altezza e colore dei capelli della persona da cui è stato prelevato il campione posto sotto il vetro di un microscopio?

Twitter @fabioditodaro

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