Come difendersi dall’elettrosmog
Viviamo tutti immersi giorno e notte nelle microonde artificiali. Secondo l’International Telecommunications Union, nel mondo sono attivi cinque miliardi di telefoni cellulari, oltre la metà dei quali utilizzati da bambini o giovani adulti, con relativi ripetitori per garantirne il funzionamento, due miliardi di telefoni cordless, tecnologie wireless, cioè che non utilizzano fili ma antenne che diffondono microonde negli ambienti e forni a microonde. Questa esposizione cronica ha indotto numerosi scienziati a studiarne gli effetti sulla salute umana.
Quali sono i rischi reali per la salute? Di questo argomento si discute e si scrive da anni, ma la comunità scientifica fatica a prendere posizioni nette, probabilmente perché ormai c’è un’applicazione talmente diffusa e il business è talmente redditizio che si fatica ad affrontare la questione in maniera oggettiva e senza pregiudiziali. Per gli stessi motivi, non è scontato che tutti gli studi pubblicati siano esenti da conflitti di interesse. Fatto sta che il principio di precauzione, così come in tanti altri casi, non viene nemmeno lontanamente preso in considerazione. L’abitudine prende il sopravvento e allora accantoniamo i timori e non ci pensiamo più perché non possiamo fare a meno di tecnologie che hanno reso veloci ed efficaci molte delle nostre azioni quotidiane. Possiamo però usarle con maggior consapevolezza.
Difendersi dall’elettrosmog, il nuovo libro pubblicato da Terra Nuova Edizioni, con un sottotitolo più che esplicativo – antenne radio, elettrodotti, telefonini cellulari, wi-fi, forni a microonde, apparecchi elettrici ed elettronici in generale: come riconoscere e difendersi dalle principali fonti d’inquinamento elettromagnetico – offre delle risposte dettagliate al lettore curioso e deciso a tutelare la salute propria e quella dei propri familiari.
Dai luoghi di lavoro alle abitazioni private, dalle zone di svago agli ospedali, in qualunque ambiente ci muoviamo, la tecnologia ci circonda con una silenziosa emissione di onde a bassa ed alta frequenza. Questo è quello che gli esperti chiamano “inquinamento elettromagnetico”: una delle forme più insidiose di inquinamento perchè si propaga nello spazio, varca muri e attraversa oceani senza possibilità di contenimento.
Nel libro i lettori possono trovare alcuni pratici suggerimenti per proteggersi e limitare al minimo i danni causati dall’inquinamento elettromagnetico. Gli autori, utilizzando un linguaggio semplice e divulgativo, e senza inutili allarmismi, prendono in esame questa nuova forma di contaminazione ambientale. Kurt Ulrich Dierssen si occupa dal 1994 di bioedilizia e biologia edile. Collabora con numerose agenzie alla formazione di biologi e ingegneri per la progettazione di edifici eco-sostenibili. E’ impegnato in attività di consulenza nel campo delle energie rinnovabili, della lotta all’inquinamento e della rabdomanzia. Stefan Brönnle ha studiato pianificazione paesaggistica con particolare attenzione all’ecologia del paesaggio all’Università di Monaco. Si interessa inoltre di Qi Gong, Tai Chi e rabdomanzia. Dal 2011 insegna presso l’Università di Weihenstephan Triesdorf un corso su Geomanzia e Feng Shui applicate all’ecologia del paesaggio.
Difendersi dall’elettrosmog
di Ulrich Kurt Dierssen e Stefan Brönnle
Terra Nuova Edizioni
Prima edizione novembre 2011
cod. EA077 – pp. 180 – € 18,00



One of the most polluted cities in the world, Karabash in the Chelyabinskaya region of the southern Ural Mountains in Russia, is burdened with the dirty legacy of copper mining, chemical and heavy metal emissions and radiation leaks. The smokestack of the Karabash Copper Smelting Works has been spewing 180 tons of sulfur dioxide and metal particulates into the air a year for almost a century. Closed in 1990 when Soviet officials proclaimed it an "environmental disaster zone," the plant was reopened eight years later because the region needed jobs. Black heaps of industrial waste tower 45 feet high around homes and apartments. Recently, the new owner of the smelter, the Russian Copper Company, has modernized the plant and installed filters to greatly reduce plant emissions. But for the residents of Karabash, the contamination of the past remains ever present. Una delle città più inquinate al mondo è Karabash in Chelyabinskaya, una regione meridionale nelle Montagne degli Urali in Russia. Una città sommersa dalle scorie degli scavi minerari di rame, dai prodotti chimici, dalle emissioni di metalli pesanti e dalle fughe radioattive. Le ciminiere della Miniera e della Fonderia di Karabash hanno immesso ogni anno nell'aria circa 180 tonnellate di biossido di zolfo e particolati di metalli pesanti, tutto ciò per più di un secolo. Chiusa l'attività mineraria nel 1990 quando venne proclamata ufficialmente "Zona di disastro ambientale", lo stabilimento riaprì otto anni più tardi perchè nella regione mancava il lavoro, contribuendo così alla produzione di neri cumuli di rifiuti industriali, torri alte 45piedi attorno a uomini e palazzi. Recentemente la nuova proprietà della fonderia, la Compagnia Mineraria Russa, ha modernizzato l'impianto e installato filtri che riducono la maggior parte delle emissioni. Ma per i residenti di Karabash, la contaminazione del passato rimane sempre presente.
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Le terribili immagini che un anno fa sono rimbalzate in tutto il mondo dal Giappone, hanno fatto vacillare anche i più strenui difensori del nucleare. E’ l’11 marzo 2011 quando la forza distruttiva e congiunta di un terremoto di entità pari al nono grado Richter e di uno tsunami con onde che raggiungono i quaranta metri di altezza, investe le coste della regione di Tohoku nel nord del Giappone, provoca circa 16mila morti, danneggia in modo irrimediabile i sistemi di sicurezza e di raffreddamento della centrale nucleare di Fukushima. I valori di contaminazione radioattiva dell’ambiente iniziano da subito a crescere vertiginosamente e oltre un mese dopo, il 20 aprile, le autorità giapponesi decidono finalmente di creare una zona proibita attorno alla centrale, larga 20 km, che deve essere abbandonata da chi ci vive e lavora: la cosiddetta “no-go-zone” dove oggi è vietato l’accesso a tutti, compresi i giornalisti, ad eccezione dei tecnici che continuano a lavorare alla Tepco (Tokyo Eletric Power Company, la proprietaria della centrale nucleare) e degli abitanti dell’area ai quali periodicamente è concesso di recarsi nelle proprie case per il recupero di effetti personali.
Pierpaolo Mittica è riuscito a entrare nell’area proibita per due volte nel luglio e nel dicembre dello scorso anno, ed è uno dei pochissimi fotografi al mondo ad averlo fatto, aggirando i controlli la prima volta insieme a un giornalista e la seconda volta, in incognito, al seguito di una giovane coppia che ha il permesso di recarsi nella propria fattoria per dare da mangiare agli animali rimasti. Le immagini rappresentano dunque una testimonianza eccezionale della situazione all’interno dell’area dove in un paesaggio spettrale, in paesi dove i semafori continuano a funzionare e le luci delle strade ad accendersi al crepuscolo, dove esiste una città, Minamisoma, divisa in due dalla “no-go-zone”, dove supermercati e ospedali sono stati in parte saccheggiati, rimangono ad aggirarsi pochi cani, gatti e qualche mucca superstiti dopo la fuga dagli abitanti.
Agli ambientalisti, che all’inizio si recavano all’interno della zona per soccorrere gli animali, ora è stato vietato l’accesso e l’unico modo per continuare a farlo è entrare illegalmente. Questa era una zona a forte vocazione agricola e molti erano gli allevamenti di mucche: ora si vedono carcasse sparse dovunque. Oltre a qualche animale sopravvissuto, si aggirano quei pochissimi, soprattutto anziani contadini, che non se la sono sentita di abbandonare la propria terra pur vivendo con un livello di radiazione che, a 300 metri dalla centrale, è 2000 volte superiore al minimo consentito. Ma i livelli di contaminazione rimangono ancora molto alti anche al di là della zona proibita, pur diffusi a macchia di leopardo a causa dell’andamento dei venti e della pioggia. Ad esempio a Koriyama e a Fukushima, che si trovano rispettivamente a 50 e 60 Km dalla centrale, si trovano alcune aree urbane altamente contaminate ed è proprio in queste città che è concentrata la maggior parte della popolazione evacuata ora sistemata nei nuovi alloggi costruiti per i rifugiati. Qualcuno aveva infatti indicato l’opportunità di allargare almeno a 30 km (alcuni suggerivano addirittura 80 km) l’area proibita di evacuazione. Del resto, in questi mesi, in Giappone è anche accaduto che gli standard internazionali di tollerabilità dei danni provocati dalle radiazioni per la popolazione (misurati in millisievert) siano stati aumentati di venti volte per non evacuare un’area di tre milioni di persone.
Il lavoro di Pierpaolo Mittica è, oltre che coraggioso, prezioso per non dimenticare che cosa è accaduto a Fukushima. Non è la prima volta che questo fotografo parte dalla sua casa di Spilimbergo in Friuli e lascia il suo lavoro di medico odontoiatra, per andare là dove può denunciare, attraverso le immagini, ciò che più lo scandalizza . “ Ho trovato nella fotografia un mezzo per raccontare le ingiustizie che più mi fanno arrabbiare. E purtroppo di situazioni di questo tipo ce ne sono troppe”, così Mittica spiega la sua vocazione di fotografo-umanista quando gli si chiede qual è la spinta che lo porta in giro per il mondo.
Il suo primo lavoro è stato nel 1997 in Kosovo; e poi in India dove, dal 2002, si è recato più volte per fotografare il degrado di chi vive in grandi città come Mumbai; nel 2009 in Indonesia, nell’inferno dei minatori di zolfo; nel 2010 in Bangladesh per dare un volto ai bambini di strada, piccoli schiavi impegnati nella raccolta dei rifiuti; e dal 2002 al 2007 più volte a Chernobyl dove ha realizzato alcuni servizi giornalistici sulle sconvolgenti conseguenze che le radiazioni hanno avuto sulle popolazioni di quei luoghi.“Perché - spiega Mittica – di Chernobyl si conoscono poco le conseguenze che hanno subito popolazioni che non c’entrano nulla con decisioni mosse da determinati interessi economici e politici e che hanno portato danni sanitari e ambientali spaventosi e inimmaginabili. Credo che scelta del nucleare, e di casi come quello di Chernobyl che risale a venticinque anni fa e di Fukushima ora , sia una delle più grandi ingiustizie della nostra epoca. Cercando di dar voce a persone che non arrivano ai mass-media, e quindi agli oppressi, ai deboli, a chi subisce soprusi, continuo a documentare quest’ingiustizia con l’intento che contribuisca a farne capire l’assurdità”.
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