Come difendersi dal freddo
Francesca Tozzi
9 febbraio 2012
Ecco le dieci semplici regole del Ministero della Salute per difendersi dalle temperature rigide.
- Regolate la temperatura degli ambienti interni verificando che la stessa sia conforme agli standard consigliati e curate l’umidificazione
degli ambienti di casa riempiendo le apposite vaschette dei radiatori: una casa troppo fredda e un’aria troppo secca possono costituire un’insidia per la salute. Può essere opportuno provvedere all’isolamento di porte e finestre, riducendo gli spifferi con appositi nastri o altro materiale isolante - Abbiate cura di aerare correttamente i locali: l’intossicazione da monossido di carbonio è assai frequente e può avere conseguenze mortali
- Se usate stufe elettriche o altre fonti di calore (come la borsa di acqua calda) evitate il contatto ravvicinato con le mani o altre parti del corpo
- Prestate particolare attenzione ai bambini molto piccoli e alle persone anziane non autosufficienti, controllando anche la loro temperatura corporea
- Mantenete contatti frequenti con anziani che vivono soli (familiari, amici o vicini di casa) e verificate che dispongano di sufficienti riserve di cibo e medicinali. Segnalate ai servizi sociali la presenza di senzatetto, in condizioni di difficoltà
- Assumete pasti e bevande calde (almeno 1 litro e mezzo di liquidi), evitate gli alcolici perché non aiutano contro il freddo, al contrario, favoriscono la dispersione del calore prodotto dal corpo
- Uscite nelle ore meno fredde della giornata: evitate, se possibile, la mattina presto e la sera soprattutto se si soffre di malattie cardiovascolari o respiratorie
- Indossate vestiti idonei: sciarpa, guanti, cappello, ed un caldo soprabito, sono ottimi ausili contro il freddo
- Proteggetevi dagli sbalzi di temperatura quando passate da un ambiente caldo ad uno freddo e viceversa
- Se viaggiate in automobile non dimenticate di portare con voi coperte e bevande calde
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One of the most polluted cities in the world, Karabash in the Chelyabinskaya region of the southern Ural Mountains in Russia, is burdened with the dirty legacy of copper mining, chemical and heavy metal emissions and radiation leaks. The smokestack of the Karabash Copper Smelting Works has been spewing 180 tons of sulfur dioxide and metal particulates into the air a year for almost a century. Closed in 1990 when Soviet officials proclaimed it an "environmental disaster zone," the plant was reopened eight years later because the region needed jobs. Black heaps of industrial waste tower 45 feet high around homes and apartments. Recently, the new owner of the smelter, the Russian Copper Company, has modernized the plant and installed filters to greatly reduce plant emissions. But for the residents of Karabash, the contamination of the past remains ever present. Una delle città più inquinate al mondo è Karabash in Chelyabinskaya, una regione meridionale nelle Montagne degli Urali in Russia. Una città sommersa dalle scorie degli scavi minerari di rame, dai prodotti chimici, dalle emissioni di metalli pesanti e dalle fughe radioattive. Le ciminiere della Miniera e della Fonderia di Karabash hanno immesso ogni anno nell'aria circa 180 tonnellate di biossido di zolfo e particolati di metalli pesanti, tutto ciò per più di un secolo. Chiusa l'attività mineraria nel 1990 quando venne proclamata ufficialmente "Zona di disastro ambientale", lo stabilimento riaprì otto anni più tardi perchè nella regione mancava il lavoro, contribuendo così alla produzione di neri cumuli di rifiuti industriali, torri alte 45piedi attorno a uomini e palazzi. Recentemente la nuova proprietà della fonderia, la Compagnia Mineraria Russa, ha modernizzato l'impianto e installato filtri che riducono la maggior parte delle emissioni. Ma per i residenti di Karabash, la contaminazione del passato rimane sempre presente.
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[post_excerpt] => Karabash, Russia. Ottobre 2009. La città russa di Karabash, nella regione Chelyabinsk a sud degli Urali, è una tra le più inquinate al mondo. Su di essa grava la pesante eredità dell’industria estrattiva del rame e delle fughe radioattive.
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Le terribili immagini che un anno fa sono rimbalzate in tutto il mondo dal Giappone, hanno fatto vacillare anche i più strenui difensori del nucleare. E’ l’11 marzo 2011 quando la forza distruttiva e congiunta di un terremoto di entità pari al nono grado Richter e di uno tsunami con onde che raggiungono i quaranta metri di altezza, investe le coste della regione di Tohoku nel nord del Giappone, provoca circa 16mila morti, danneggia in modo irrimediabile i sistemi di sicurezza e di raffreddamento della centrale nucleare di Fukushima. I valori di contaminazione radioattiva dell’ambiente iniziano da subito a crescere vertiginosamente e oltre un mese dopo, il 20 aprile, le autorità giapponesi decidono finalmente di creare una zona proibita attorno alla centrale, larga 20 km, che deve essere abbandonata da chi ci vive e lavora: la cosiddetta “no-go-zone” dove oggi è vietato l’accesso a tutti, compresi i giornalisti, ad eccezione dei tecnici che continuano a lavorare alla Tepco (Tokyo Eletric Power Company, la proprietaria della centrale nucleare) e degli abitanti dell’area ai quali periodicamente è concesso di recarsi nelle proprie case per il recupero di effetti personali.
Pierpaolo Mittica è riuscito a entrare nell’area proibita per due volte nel luglio e nel dicembre dello scorso anno, ed è uno dei pochissimi fotografi al mondo ad averlo fatto, aggirando i controlli la prima volta insieme a un giornalista e la seconda volta, in incognito, al seguito di una giovane coppia che ha il permesso di recarsi nella propria fattoria per dare da mangiare agli animali rimasti. Le immagini rappresentano dunque una testimonianza eccezionale della situazione all’interno dell’area dove in un paesaggio spettrale, in paesi dove i semafori continuano a funzionare e le luci delle strade ad accendersi al crepuscolo, dove esiste una città, Minamisoma, divisa in due dalla “no-go-zone”, dove supermercati e ospedali sono stati in parte saccheggiati, rimangono ad aggirarsi pochi cani, gatti e qualche mucca superstiti dopo la fuga dagli abitanti.
Agli ambientalisti, che all’inizio si recavano all’interno della zona per soccorrere gli animali, ora è stato vietato l’accesso e l’unico modo per continuare a farlo è entrare illegalmente. Questa era una zona a forte vocazione agricola e molti erano gli allevamenti di mucche: ora si vedono carcasse sparse dovunque. Oltre a qualche animale sopravvissuto, si aggirano quei pochissimi, soprattutto anziani contadini, che non se la sono sentita di abbandonare la propria terra pur vivendo con un livello di radiazione che, a 300 metri dalla centrale, è 2000 volte superiore al minimo consentito. Ma i livelli di contaminazione rimangono ancora molto alti anche al di là della zona proibita, pur diffusi a macchia di leopardo a causa dell’andamento dei venti e della pioggia. Ad esempio a Koriyama e a Fukushima, che si trovano rispettivamente a 50 e 60 Km dalla centrale, si trovano alcune aree urbane altamente contaminate ed è proprio in queste città che è concentrata la maggior parte della popolazione evacuata ora sistemata nei nuovi alloggi costruiti per i rifugiati. Qualcuno aveva infatti indicato l’opportunità di allargare almeno a 30 km (alcuni suggerivano addirittura 80 km) l’area proibita di evacuazione. Del resto, in questi mesi, in Giappone è anche accaduto che gli standard internazionali di tollerabilità dei danni provocati dalle radiazioni per la popolazione (misurati in millisievert) siano stati aumentati di venti volte per non evacuare un’area di tre milioni di persone.
Il lavoro di Pierpaolo Mittica è, oltre che coraggioso, prezioso per non dimenticare che cosa è accaduto a Fukushima. Non è la prima volta che questo fotografo parte dalla sua casa di Spilimbergo in Friuli e lascia il suo lavoro di medico odontoiatra, per andare là dove può denunciare, attraverso le immagini, ciò che più lo scandalizza . “ Ho trovato nella fotografia un mezzo per raccontare le ingiustizie che più mi fanno arrabbiare. E purtroppo di situazioni di questo tipo ce ne sono troppe”, così Mittica spiega la sua vocazione di fotografo-umanista quando gli si chiede qual è la spinta che lo porta in giro per il mondo.
Il suo primo lavoro è stato nel 1997 in Kosovo; e poi in India dove, dal 2002, si è recato più volte per fotografare il degrado di chi vive in grandi città come Mumbai; nel 2009 in Indonesia, nell’inferno dei minatori di zolfo; nel 2010 in Bangladesh per dare un volto ai bambini di strada, piccoli schiavi impegnati nella raccolta dei rifiuti; e dal 2002 al 2007 più volte a Chernobyl dove ha realizzato alcuni servizi giornalistici sulle sconvolgenti conseguenze che le radiazioni hanno avuto sulle popolazioni di quei luoghi.“Perché - spiega Mittica – di Chernobyl si conoscono poco le conseguenze che hanno subito popolazioni che non c’entrano nulla con decisioni mosse da determinati interessi economici e politici e che hanno portato danni sanitari e ambientali spaventosi e inimmaginabili. Credo che scelta del nucleare, e di casi come quello di Chernobyl che risale a venticinque anni fa e di Fukushima ora , sia una delle più grandi ingiustizie della nostra epoca. Cercando di dar voce a persone che non arrivano ai mass-media, e quindi agli oppressi, ai deboli, a chi subisce soprusi, continuo a documentare quest’ingiustizia con l’intento che contribuisca a farne capire l’assurdità”.
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