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Buste di plastica biodebradabili. Ma non troppo…

Uno studio di alcuni ricercatori italiani dimostra che anche le buste biodegradabili di nuova generazione attualmente in commercio hanno comunque tempi di degradazione lunghi

Fabio Di Todaro
21 febbraio 2018

Hanno fatto discutere tanto: più che per il ridotto impatto ambientale per il loro (modesto) costo. Le buste di plastica biodegradabili abbiamo imparato a conoscerle tutti, in queste settimane. La loro maggiore diffusione rappresenta una boccata d’ossigeno per l’ambiente, mare e terra: ormai sommersi dalla plastica, conseguenza di anni di scarsa sensibilizzazione sul tema. Ma l’impatto delle bioplastiche, sicuramente inferiore, è comunque ancora da quantificare.

buste di plastica biodebradabili, fondali marini

Secondo uno studio di alcuni ricercatori pisani e pubblicato sulla rivista scientifica «Science of the Total Environment», il tempo necessario affinché il mare possa smaltire le cosiddette buste di plastica ecologiche e di nuova generazione è di sei mesi, image by iStock

QUALE IMPATTO DELLE BIOPLASTICHE A LIVELLO MARINO? – Un primo passo è stato compiuto grazie al lavoro di alcuni ricercatori pisani, che hanno misurato il tempo necessario affinché il mare possa smaltire le cosiddette buste ecologiche di nuova generazione. Sono serviti più di sei mesi, a leggere le conclusioni di uno studio pubblicato sulla rivista scientifica «Science of the Total Environment». Senza trascurare che la plastica biodegradabile di cui sono fatti nuovi sacchetti può comunque alterare lo sviluppo delle piante e modificare alcune importanti variabili del sedimento marino: come per esempio la disponibilità di ossigeno, la temperatura e il pH. Il gruppo composto da Elena Balestri, Virginia Menicagli, Flavia Vallerini e Claudio Lardicci ha ricreato un ecosistema in miniatura per analizzare i potenziali effetti diretti o indiretti dell’immissione nell’ambiente marino delle nuove buste in bioplastica, la cui diffusione si prevede possa aumentare nei prossimi anni fino a raggiungere livelli simili a quelli dei sacchetti di plastica tradizionali. «Il nostro lavoro si inserisce nel dibattito sulla presenza di detriti di plastica in mare – spiega Claudio Lardicci, associato di ecologia dell’ateneo toscano -. Quello che abbiamo potuto verificare è che anche le buste biodegradabili di nuova generazione attualmente in commercio hanno comunque tempi di degradazione lunghi, superiori ai sei mesi».

BIODEGRADABILI, MA NON TROPPO – Come specie modello i ricercatori hanno selezionato due piante acquatiche tipiche del Mediterraneo, la Cymodocea nodosa e la Zostera noltei, valutando la loro risposta a livello di singola specie e di comunità rispetto alla presenza nel sedimento di della bioplastica compostabile. Lo studio ha così esaminato il tasso degradazione delle buste e alcune variabili chimico-fisiche del sedimento che influenzano lo sviluppo delle piante. «La nostra ricerca è l’unica ad aver valutato i possibili effetti della presenza di bioplastiche sui fondali marini e sulla crescita di organismi vegetali superiori. I rischi di una possibile massiccia immissione di plastiche cosiddette biodegradabili nei sedimenti marini e gli effetti diretti e indiretti del processo di degradazione sull’intero habitat sono aspetti in gran parte ignorati dall’opinione pubblica e non ancora adeguatamente indagati dalla letteratura scientifica». Va meglio rispetto alla plastica, ma non è comunque il caso di esagerare. Ringrazierà il mare. E, probabilmente, anche la terra.

Twitter @fabioditodaro

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