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Dagli scarti della mela, antiossidanti alimentari green

Nei laboratori del Noi di Bolzano, il team del professore Matteo Scampicchio ha estratto i composti fenolici da materiale dagli scarti di lavorazione della mela, utilizzando anidride carbonica supercritica come solvente

Maria Enza Giannetto/Nabu
14 giugno 2018
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Una tecnologia green per recuperare antiossidanti e vitamine naturali dagli scarti della lavorazione delle mele: è questo il risultato della ricerca svolta dal team di Matteo Scampicchio, professore di Tecnologie alimentari nei laboratori al NOI, il Parco tecnologico di Bolzano che è riuscito a ricavare composti fenolici e antiossidanti dagli scarti della lavorazione del frutto grazie all’uso di anidride carbonica supercritica, foto: Università di Bolzano

Una tecnologia green per recuperare antiossidanti e vitamine naturali dagli scarti della lavorazione delle mele. È il risultato della ricerca svolta dal team di Matteo Scampicchio, professore di Tecnologie alimentari nei laboratori al NOI, il Parco tecnologico di Bolzano (e pubblicata nel paper Biorecovery of antioxidants from apple pomace by supercritical fluid extraction sulla rivista statunitense “Journal of Cleaner production“ specializzata nelle tecnologie produttive sostenibili) che, è riuscito a ricavare composti fenolici e antiossidanti dagli scarti della lavorazione del frutto grazie all’uso di anidride carbonica supercritica.

«Siamo attivi nel recupero e valorizzazione degli scarti alimentari da due anni – spiega il professor Matteo Scampicchio -. Le nostre ricerche vertono sul recupero di antiossidanti e vitamine naturali, mediante tecnologie innovative, senza l’impiego di solventi chimici. I materiali di scarto usati finora comprendono caffè esausto, i vinaccioli dell’uva, le trebbie della birra, gli scarti di noci e nocciole e, appunto, la buccia delle mele. I prodotti ottenuti sono sempre olii essenziali, antiossidanti e un’ulteriore frazione residua solida costituita generalmente da fibra alimentare, come pectine, e sali inorganici».
La ricerca condotta dal team di Scampicchio ha un doppio valore: da una parte offre all’industria del comparto alimentare nuove sostanze naturali, in previsione più convenienti rispetto a quelle artificiali; dall’altra, affronta il problema degli sprechi di cibo, valorizzando gli scarti che altrimenti sarebbero destinati allo smaltimento, con ovvi costi collegati. In questo modo, le imprese produttrici di alimenti presto potranno sfruttare sostanze naturali al posto di quelle sintetiche. E lo faranno a buon mercato, grazie al recupero di materia considerata rifiuto: bucce, torsoli, semi e polpa della mela, frutto da cui dipende gran parte dell’economia agricola e alimentare altoatesina.

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La ricerca condotta dal team di Scampicchio ha un doppio valore: da una parte offre all’industria del comparto alimentare nuove sostanze naturali, in previsione più convenienti rispetto a quelle artificiali; dall’altra, affronta il problema degli sprechi di cibo, valorizzando gli scarti come quelli della mela che altrimenti sarebbero destinati allo smaltimento, con ovvi costi collegati, Foto: Pixabay

Svolta in collaborazione con l’impresa Fructus Spadi Merano, che ha fornito la materia prima per gli esperimenti di estrazione, la ricerca ha utilizzato il potenziale dell’estrazione attraverso anidride carbonica supercritica. «In generale – spiega Scampicchio – , le tecnologie di estrazione prevedono l’uso di solventi organici (esano o acetone) e alte temperature: i solventi organici sono tossici e creano un problema ambientale, mentre le alte temperature danneggiano la componente più nobile presente nello scarto. La tecnica da noi usata si basa su un’estrazione a freddo mediante l’impiego, come solvente, dell’anidride carbonica in pressione. L’anidride carbonica supercritica è incolore, inodore, non tossica, non infiammabile ed è sicura. Questo gas, noto per essere prodotto naturalmente durante ogni fermentazione, è atossico, incolore e inodore. Inoltre, al termine del processo di estrazione, essendo in stato gassoso, si disperde, lasciando l’olio essenziale estratto completamente privo di residui».
Una ricerca che di sicuro troverà presto applicazioni nel settore alimentare e su larga scala.
«I prodotti di scarto delle aziende alimentari – conclude Scampicchio – sono un problema economico ma anche ambientale. Il nostro sforzo è, quindi, quello di fornire all’industria alimentare dei case studies in cui si dimostrano delle soluzioni alternative per recuperare del materiale pregiato dai prodotti di scarto. Gli antiossidanti e gli olii essenziali possono essere riutilizzati nel processo di produzione (si pensi a un olio essenziale dal caffè che potrebbe essere riutilizzato per migliorare l’intensità aromatica di creme a base di caffè) e potrebbero trovare applicazione nel settore della cosmetica, dell’ingredientistica, degli integratori alimentari, e della mangimistica, specialmente per animali domestici».

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