Wise Society : Allergie e intolleranze: definizione, differenze e cura

Allergie e intolleranze: definizione, differenze e cura

di di Enrica Belloni
19 Agosto 2013

Un piatto di pasta, una pesca succulenta, un gelato cremoso possono trasformarsi in una minaccia per l'organismo. Succede quando si soffre di allergie o di intolleranze alimentari. Che occorre saper riconoscere. Per potersi difendere

Lo schermidore Aldo Montano è stato vittima di uno shock anafilattico dopo aver mangiato un tortino di zucchine e formaggio in un ristorante. Il tempestivo intervento dei sanitari ha evitato il peggio. Ben più tragica la vicenda di Davide, 16 anni, pluriallergico e celiaco, morto a causa di un gelato ai cereali. Storie di allergia alimentare, problema che interessa il 2 per cento degli italiani (il 6-7 per cento tra i bambini). Persone costrette a scandagliare il menu dei ristoranti, alla ricerca di sostanze che potrebbero trasformarsi in killer. Sia chiaro: la morte da contatto con una sostanza allergenica è un evento molto raro, il sintomo estremo all’interno di una serie di risposte che possono andare dalla leggera eruzione cutanea al vero e proprio shock. Molto diverse, invece, sono le intolleranze: facciamo chiarezza.

latte e biscotti

Foto di Brian Suman / Unsplash

Cos’è un’allergia alimentare?

L’allergia alimentare è una forma di intolleranza che coinvolge le nostre difese: succede che un allergene (una proteina presente nell’alimento) innesca serie di reazioni a catena del sistema immunitario. Gli anticorpi rilasciati (le immunoglobuline) determinano a loro volta il rilascio di sostanze chimiche organiche, come l’istamina, che innescano le reazioni tipiche dell’allergia. Tra i cibi che più frequentemente provocano tale reazione, il latte vaccino, le uova, la soia, il grano, la frutta, i crostacei, le arachidi e le noci.

Come difendersi?

Test per le allergie

Allergy Test on Arm of Patient, foto doc-stock/Corbis

Una volta appurato il problema (lo si può fare con test cutanei o sanguigni) e identificato le sostanze a rischio, l’unico modo per prevenire una reazione allergica è evitare il consumo dell’alimento incriminato.

È bene informarsi sempre sugli ingredienti dei prodotti, quando li si acquista al supermercato; al ristorante o nei bar, invece, non bisogna esitare a chiedere informazioni al personale e, in caso di dubbi, limitarsi ad alimenti semplici.

Cosa sono le intolleranze alimentari?

Diverse invece  sono le intolleranze alimentari. “Ne soffre circa il 30 per cento della popolazione, ma non tutti ne sono consapevoli”, afferma il dottor Attilio Speciani, allergologo a Milano e autore, con Francesca Speciani, del libro Superare le intolleranze alimentari (Tecniche Nuove). «L’intolleranza (o ipersensibilità) è dovuta a un graduale accumulo di tossine, qualcosa di simile a un leggero avvelenamento progressivo: il nostro organismo non sopporta particolari sostanze dei cibi ma, a differenza di quanto avviene con un’allergia vera e propria, in cui la risposta all’alimento ‘nemico’ scoppia entro pochi minuti, lo rivela a distanza di ore o giorni, con uno stato infiammatorio che può colpire vari organi e assumere diverse caratteristiche».

Attilio Speciani

Attilio Speciani

Siamo intolleranti a latte e derivati? Se li assumiamo una sola volta, il nostro corpo riconosce il pericolo e, nel tentativo di limitarne i danni, produce una piccola dose di anticorpi e sostanze reattive che non basta a scatenare i sintomi. Se però consumiamo ogni giorno formaggi, latte e yogurt, il sistema di difesa dell’organismo viene iperstimolato ed ecco che prende il via un processo infiammatorio vero e proprio. Risultato: compaiono alcuni dei sintomi dell’intolleranza, come mal di testa, gonfiore, colite. In più, il consumo continuo di globuli bianchi indebolisce le difese immunitarie e ci rende più vulnerabili ad alcune malattie, come bronchiti, otiti ecc.

I cibi che danno vita a intolleranze

Ma quali sono gli alimenti più “insopportabili” per il nostro organismo?  «In genere, quelli che consumiamo spesso: grano, lieviti, latte e derivati, grassi vegetali», puntualizza Speciani. «L’intolleranza, infatti, si manifesta nelle persone che variano poco la dieta: si mangiano sempre gli stessi cibi che il nostro corpo finisce per ‘respingere’, come se non ne volesse più sapere dello stesso piatto. Non è un caso che nei Paesi europei sia diffusa l’intolleranza al grano, e in Giappone quella alla soia e ai suoi derivati».

grani antichi

Foto Shutterstock

I test per le intolleranze alimentari

In presenza di disturbi intestinali, come gonfiore e colon irritabile, mal di testa frequenti o problemi alla pelle, una delle cose da fare è escludere eventuali intolleranze. «Gli esami più indicati a questo scopo sono il Dria test, il Vega test il Cito-test», aggiunge Attilio Speciani. «Il primo evidenzia eventuali cali della forza muscolare in seguito alla somministrazione di una sostanza alimentare o di un allergene. La persona viene fatta sedere su una sorta di seggiolone, si lega la caviglia a una cinghia collegata a un computer. Mentre il paziente mantiene in tensione il muscolo, il medico pone sulla lingua una soluzione di una serie di alimenti, quindi un computer registra la variazione della forza muscolare».

Il Vega test segnala, attraverso un elettrodo posto sulla pelle della persona, eventuali mutamenti bioelettronici che il corpo produce se entra in contatto con sostanze “irritanti”, mentre il Cito-test analizza la variazione dei globuli bianchi su un campione di sangue messo a contatto con alimenti a rischio. Va ricordato che nessuno dei tre test riconosciuto dalla medicina ufficiale.

 Combattere le intolleranze

«Una volta evidenziata l’intolleranza, occorre cercare di eliminarla», spiega Speciani. «L’obiettivo dovrebbe essere quello di rieducare l’organismo ad accettare l’alimento incriminato. Niente divieti, quindi, ma una sorta di svezzamento. In genere basta una dieta di rotazione per guarire gran parte delle intolleranze (all’incirca il 70 per cento). Si tratta di escludere dalla dieta, per almeno tre giorni, il cibo in questione; il quarto giorno lo si può consumare, per poi eliminarlo totalmente nei tre giorni successivi. In genere, nel giro di pochi mesi, l’organismo reimpara a tollerare il cibo e successivamente è sufficiente un giorno alla settimana di dieta controllata (il classico giorno di magro) per non avere più problemi».


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