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Quel panino in mensa può rimanere indigesto ai bambini

Margherita Caroli, nutrizionista e pediatra, torna sulla questione del panino: "ll pranzo è un momento importante per mettere tutti i bambini sullo stesso piano"

Fabio Di Todaro
21 ottobre 2016
panino in mensa, alimentazione, bambini

Dopo la sentenza della Corte d’appello di Torino, continua la querelle tra genitori e scuole sul “panino da casa”, Image by iStock

«Alla mensa con il panino? Nemmeno per sogno». Margherita Caroli, in pensione da nove mesi, ha guidato per due decenni l’unità operativa di igiene della nutrizione dell’Asl di Brindisi, coordinando la stesura dei menù per oltre trentamila bambini: iscritti al nido, alla scuola dell’infanzia e a quella primaria. Per questo motivo, da pediatra e da nutrizionista, non può avallare la decisione della corte d’appello di Torino, che dopo un iter giudiziario durato tre anni ha dato ragione ai genitori, d’ora in avanti liberi di far mangiare i propri figli alla mensa scolastica o di dotarli di un pasto già preparato a casa. Insomma il panino in mensa che non le va giù anche se questa  scelta, nelle prime settimane di scuola, hanno dichiarato di volerla condividere anche i genitori di altre città d’Italia: da Milano a Napoli, da Genova ad Aosta.

UNA SCELTA CHE NON TIENE CONTO DEL BENESSERE DEL BAMBINO – «Mangiare con gli altri a scuola permette di rispettare il fabbisogno nutrizionale del bambino e di farlo crescere anche sul piano educativo», prosegue l’esperta, secondo cui il pranzo è un momento importante per mettere tutti i bambini sullo stesso piano. Di questo passo, invece, il bambino ricco andrà a scuola con il primo, il secondo e il contorno mentre quello più povero dovrà accontentarsi di un panino con il salame. A far scattare la molla di alcuni famiglie, stando a quanto dalle stesse raccontato, sono stati la qualità dei pasti scadente e il costo del servizio mensa elevato. A Torino, in effetti, il prezzo per far mangiare un bambino a scuola è più alto rispetto alla media nazionale. Se in tutta Italia si richiede un contributo compreso tra 4 e 5 euro per un pasto completo, all’ombra della Mole le famiglie spendono 7,10 euro al giorno, a cui occorre aggiungere la quota a carico del Comune. Ciò vuol dire che un pasto, complessivamente, arriva a costare quasi dieci euro. «Ma se il problema è questo, ogni scuola può far riferimento alla commissione mensa – prosegue Caroli -. Si tratta di un organismo di cui fanno parte genitori e docenti, chiamato a monitorare la qualità del servizio e proporre variazioni nei menù, nelle modalità di erogazione o nei capitolati d’appalto».

TUTELE PER TUTTI A TAVOLA (MA NON PER I VEGANI) – Diversa invece è la protesta a seguito delle rimostranze di un figlio. In questo caso occorre capire se una pietanza non viene consumata per un discorso qualitativo o perché sgradita al bambino. «Se la frittata non gli piace, converrà spiegargli perché sia giusto che la mangi», rammenta la pediatra. Quali tutele esistono per i bambini le cui malattie si riflettono sulle scelte alimentari? Le Asl si preoccupano di redigere menù adatti ai celiaci, ai diabetici e ai bambini affetti da malattie renali: purché ogni singolo caso sia documentato da un responso scritto vergato dal pediatra. La documentazione, consegnata alle segreterie scolastiche, viene diffusa al Comune e alla Asl di competenza, che si occupa di redigere i menù. Lo stesso discorso vale per i bambini affetti da allergie e intolleranze alimentari, per chi ha necessità di escludere alcuni alimenti per motivi religiosi e per i vegetariani. I pasti speciali vengono assegnati prima degli altri, in modo da rendere prossimo allo zero il rischio di contaminazioni tra le portate. Non esiste invece l’opportunità di ricevere un trattamento «riservato» per i vegani.

A CHI SPETTANO I CONTROLLI? – Comune, Asl e carabinieri sono in prima fila, in questo caso. Le aziende sanitarie locali effettuano controlli a campione durante l’anno scolastico, i cui risultati vengono resi noti alla fine dell’anno scolastico. «Le irregolarità ci sono, ma l’istituzione della commissione mensa sta avendo un ruolo importante nel controllo del servizio». Dove va a finire il cibo che avanza nelle mense scolastiche? «Gli alimenti devono essere sempre scartati se il bambino ha assaggiato anche un solo pezzo della portata – chiosa Caroli -. Se integri, invece, il pane e la frutta possono essere donati ad associazioni caritatevoli. Ma i menù, in realtà, vengono redatti secondo quello che è il fabbisogno energetico dello studente, in base all’età. In questo modo si dà una mano anche all’ambiente, riducendo al minimo il potenziale spreco alimentare».

Twitter @fabioditodaro

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