Wise Society : Mamme, la celiachia è solo questione di geni
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Mamme, la celiachia è solo questione di geni

Uno studio dimostra l'assenza di correlazione tra l'insorgenza della patologia e l'introduzione di farine glutinate nella dieta del neonato

Fabio Di Todaro
12 novembre 2014

Image by © Ghislain & Marie David de Lossy/cultura/CorbisIl messaggio è diretto alle neo-mamme e a chi si appresta a portare a termine una gravidanza: il momento in cui si introducono alimenti a base di farine con glutine nella dieta dei neonati non è decisivo ai fini della possibile insorgenza della celiachia. Né tantomeno lo è la marcia a braccetto tra lo svezzamento e l’allattamento al seno: sempre raccomandato nei primi sei mesi di vita del lattante, ma non in grado di arrestare l’eventuale comparsa della malattia, oggi diffusa – con certezza – in poco meno di 150.000 italiani. Inutile, dunque, fasciarsi la testa prima di rompersela: per lo svezzamento valgono le raccomandazioni condivise – con introduzione di cibi semisolidi e solidi a partire dal sesto mese di vita -, ma in nessun modo si può prevenire con la dieta l’insorgenza della celiachia, in chi è portatore delle mutazioni responsabili della sua comparsa.

La conferma è giunta dal più grande studio epidemiologico compiuto in questo ambito e pubblicato sulle colonne del New England Journal of Medicine. Diciannove gli autori, venti i centri coinvolti: tutti italiani. Segno che, a seguito di una diffusione crescente, molti istituti di ricerca lungo la Penisola vanno a caccia di informazioni sulla celiachia. Se non in chiave terapeutica, dove la dieta senza glutine è al momento priva di alternative, nell’ottica di una diagnosi sempre più precoce. «Mica un aspetto irrilevante», spiega Carlo Catassi, docente di pediatria all’Università Politecnica delle Marche e tra gli autori della pubblicazione. «L’ideale sarebbe sottoporre i neonati a un test per il gene, così da identificare i piccoli ad alto rischio per introdurre tardivamente il glutine nella loro dieta. Una celiachia infantile non riconosciuta può infatti comportare problemi di malassorbimento dei nutrienti e conseguenti deficit di accrescimento».

Image by © Wavebreak Media LTD/Wavebreak Media Ltd./CorbisLa ricerca, oltre a far chiarezza su un ampio campione (700 i bambini monitorati) di origine differenziata (dalla Sicilia al Piemonte), ha ribaltato quella che era una convinzione consolidatasi negli ultimi mesi. Ovvero: l’introduzione precoce di glutine come deterrente nei confronti dell’intolleranza. Nulla di tutto ciò è vero, quando ci si trova al cospetto di un neonato geneticamente predisposto a sviluppare la malattia: segno che ciò che è scritto nel Dna, in questo caso, “pesa” più della dieta e di altri fattori ambientali (infezioni da rotavirus e parto cesareo: alla base di successive alterazioni della flora microbica intestinale), pur considerando che alcuni di essi potrebbero essere ancora da scoprire. «Il momento in cui si introduce il glutine nella dieta di un neonato può soltanto ritardare la comparsa della patologia – afferma Marco Silano, direttore del reparto alimentazione, nutrizione e salute dell’Istituto Superiore di Sanità e coordinatore del board scientifico dell’Associazione Italiana Celiachia -. Abbiamo avuto la conferma che non esiste una prevenzione primaria per questa intolleranza: i bambini ad alto rischio, come chi ha un genitore celiaco, vanno seguiti costantemente». Da qui la proposta degli autori dello studio: perché non sottoporli a uno screening al momento dell’ingresso nella scuola primaria? Dalla ricerca è infatti emerso come l’80% dei casi di intolleranza – 177 il numero totale delle diagnosi – sia stato riscontrato in bambini con meno di tre anni, con una restante quota registrata entro il primo lustro di vita. Ma il dato, così com’è, non è ancora sufficiente a sdoganare una simile scelta di politica sanitaria «perché rischieremmo di lasciare fuori tutti i bambini che fino a cinque anni non hanno ancora dato manifestazioni della celiachia – prosegue Silano -. Sull’utilità dello screening si dibatte da tempo, ma non c’è ancora accordo sull’età a cui converrebbe avviarlo». Le forme che colpiscono i bambini sono definite “classiche”, rispetto a quelle che sempre più di frequente vengono riconosciute in età adulta. I pediatri si imbattono nei sintomi (e nei segni) più noti: diarrea, vomito, forma globosa dell’addome e difetti di crescita. La dieta “preventiva” non esiste: la celiachia è innanzitutto una questione di geni.

Twitter @fabioditodaro

 

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