Wise Society : La morsa della fame arretra nel pianeta: lo svelano i dati dell’Indice Globale 2013
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La morsa della fame arretra nel pianeta: lo svelano i dati dell’Indice Globale 2013

Secondo il report presentato dall'ong italiana Cesvi nel mondo sono 842 milioni le persone soffrono ancora la fame. Sviluppare la resilienza della comunità la chiave per vincerla

15 ottobre 2013

©Elisa Remondi - IndiaCerto la strada è ancora molta e tutta in salita. Ma il dato è confortante: la fame nel mondo è diminuita. E’ quello che emerge, abbastanza sorprendentemente, dalla ricerca appena presentata dall’organizzazione non governativa bergamasca Cesvi realizzata in collaborazione con International Food Policy Reasearch Institute, Welt Hunger Hilfe e Concern Worldwide e che prende il nome di Indice Globale della Fame. Uno strumento che combina tre indicatori –percentuale di popolazione denutrita, il tasso di mortalità infantile sotto i 5 anni e la percentuale dei bambini sottopeso al di sotto dei 5 anni- e che nel 2013 approfondisce la teoria e la pratica della resilienza parola mutuata dal latino resiliens che significa saltare indietro ma anche cambiare e trasformarsi. Per molto tempo, infatti, le comunità dello sviluppo e dell’aiuto umanitario si sono sforzate di capire perché alcune popolazioni reagiscono meglio di altre a calamità ed eventi traumatici. “L’incapacità di far fronte a shock e fattori di stress come alluvioni, terremoti, aumento di prezzi è una delle ragioni chiave della povertà in cui vivono le popolazioni vulnerabili”, dichiara Giangi Milesi presidente della Ong bergamasca che opera in 24 paesi del mondo. Ecco perché una delle risposte può e deve essere una maggiore consapevolezza e coinvolgimento della popolazione beneficiaria dei progetti di cooperazione e sviluppo. “Una comunità è resiliente -aggiunge ancora Giangi Milesi- quando è capace di prevedere i rischi, migliorare la sua capacità di risposta agli shock di adattamento nel medio-lungo periodo adottando nuove strategie agricole e valorizzando le risorse locali”.

L’Indice scende e la fame diminuisce. Ma non in Africa  

Dall’Indice Globale – che è sceso dai 19,8% del 1990 al 13,8% del 2013- emerge che il livello della fame rimane serio e gli sforzi per sviluppare la resilienza sono fondamentali per aiutare le popolazioni più povere e vulnerabili a far fronte ai problemi.

©Fulvio Zubiani - Nord UgandaDei 120 paesi analizzati dal report, 3 sono in condizioni estremamente allarmanti 16 hanno un livello di fame allarmante (erano 44 prima) e 37 sono gravi. E se le cause principali di questa situazione in Asia sono il basso livello nutrizionale, educativo e sociale delle donne e le inadeguatezze sociali, in quelli africani un piccolo ma progressivo miglioramento è stato possibile grazie alla crescita economica, ai successi della lotta all’Aids, alla minor incidenza della malaria e al più ampio accesso all’acqua potabile e alle strutture igienico-sanitarie. Le medie globali nascondono però differenze importanti tra continenti e Paesi ma anche tra regioni dello stesso paese. Se il punteggio per l’Asia Meridionale è allarmante e quello per l’Africa Sub-sahariana è grave, i punteggi per il Medio Oriente e il Nord Africa sono moderati. I punteggi sono bassi per l’America Latina -con l’esclusione di Haiti dove è diminuita la malnutrizione ma dove è raddoppiata la mortalità infantile- e per l’Europa dell’est.

Grazie alla fine delle guerre civili su grande scala che avevano contraddistinto gli anni Novanta e Duemila, alcuni paesi hanno aumentato la propria stabilità politica e di conseguenza la crescita economica è ripresa. Ma ci sono altri fattori come la lotta all’Aids e all’Hiv, la diminuzione della malaria, l’aumento delle vaccinazioni il miglioramento dell’assistenza prenatale e soprattutto un maggiore accesso all’acqua ad incidere sull’indicatore. Non è così per tre Paesi dell’Africa Subsahariana -Burundi, Comore ed Eritrea- che raccolgono i risultati peggiori con un punteggio estremamente allarmante che li colloca al fondo della classifica mondiale.

La resilienza per attutite le conseguenze delle calamità con il coinvolgimento delle comunità  

Da qui la necessità, secondo quelli del Cesvi, di maggior resilienza che vuol dire capacità di assorbire per attenuare gli effetti degli shock, capacità di adattamento per imparare dall’esperienza e capacità di trasformazione per creare un sistema radicalmente nuovo più resistente nel lungo periodo. Significativo quello che hanno fatto nella Dry Zone, una delle zone più povere del Myanmar (Birmania) dove il 41% della popolazione non raggiunge un’adeguata sicurezza alimentare e dove il 35% dei bimbi sotto i 5 anni è malnutrito e il 22% invece sottopeso. “Per garantire che gli abitanti di questa zona abbiano accesso a una quantità di cibo sufficiente e sostenibile nel tempo stiamo realizzando programmi volti a rafforzare la capacità delle comunità locali e la loro resilienza attraverso il loro coinvolgimento e la co-partecipazione a tutte le fasi progettuali”, chiosa Daniele Panzeri, rappresentante del Cesvi in quel paese.

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