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Cibo: l’agromafia allunga i tentacoli sulla filiera alimentare

Secondo il Rapporto #Agromafie2017 di Coldiretti, Eurispes e Osservatorio sulla criminalità nell’agricoltura il volume d'affari complessivo annuale dell'agromafia è di 21,8 miliardi di euro

Fabio Di Todaro
16 marzo 2017
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Secondo il rapporto di Coldiretti e Eurispes, le agromafie condizionano il mercato stabilendo i prezzi dei raccolti, gestendo i trasporti e lo smistamento, il controllo di intere catene di supermercati, l’esportazione del vero o falso Made in Italy e la creazione ex novo di reti di smercio al minuto, Foto iStock

Il volume d’affari complessivo annuale dell’agromafia è salito a 21,8 miliardi di euro: con un balzo del trenta per cento compiuto nel 2016. È quanto emerge dalla presentazione del quinto Rapporto #Agromafie2017 elaborato da Coldiretti, Eurispes e Osservatorio sulla criminalità nell’agricoltura e sul sistema agroalimentare. Dalla lettura del documento si evince che tale stima rimane, con tutta probabilità, approssimativa per difetto. Fuori dal conto, infatti, ci sarebbero i proventi derivanti da operazioni condotte all’estero dalle organizzazioni criminali, le attività speculative poste in essere attraverso la creazione di fondi di investimento operanti nelle diverse piazze finanziarie, il trasferimento di fondi attraverso i money-transfer e la cosiddetta banca di «tramitazione», che veicola il denaro verso la sua destinazione finale.

LA CAMPAGNA TORNA A FARE GOLA ALLE ORGANIZZAZIONI CRIMINALI – La filiera del cibo conferma dunque di avere tutte le caratteristiche per attirare l’interesse di organizzazioni che via via abbandonano l’abito «militare» per vestire il «doppiopetto» e il «colletto bianco», riuscendo così a scoprire e meglio gestire i vantaggi della globalizzazione, delle nuove tecnologie, dell’economia e della finanza 3.0. Fanno sapere da Coldiretti: «Le mafie, dopo aver ceduto in appalto ai manovali l’onere di organizzare e gestire il caporalato e altre numerose forme di sfruttamento, condizionano il mercato stabilendo i prezzi dei raccolti, gestendo i trasporti e lo smistamento, il controllo di intere catene di supermercati, l’esportazione del vero o falso Made in Italy e la creazione ex novo di reti di smercio al minuto. Nel 2016 si è registrata un’impennata di fenomeni criminali che colpiscono e indeboliscono il settore agricolo nostrano dove quasi quotidianamente ci sono furti di trattori, falciatrici e altri mezzi agricoli, gasolio, rame, prodotti e animali con un ritorno prepotente dell’abigeato».

MA IL «PRIMATO» SPETTA ANCORA ALLA RISTORAZIONE – A questi reati  si affiancano racket, usura, danneggiamento, pascolo abusivo, estorsione nelle campagne. Tutto ciò, denuncia la Coldiretti, «mentre nelle città, silenziosamente, i tradizionali fruttivendoli e i nostri fiorai sono quasi completamente scomparsi, sostituiti i primi da egiziani e i secondi da indiani e pakistani che controllano ormai gran parte delle rivendite attive sul territorio». Si direbbe un vero miracolo all’italiana, affiancato però dal dubbio che tanta efficacia organizzativa possa anche essere, spesso, il prodotto di una recente vocazione mafiosa per il marketing. I poteri criminali si annidano nel percorso che frutta e verdura devono compiere per raggiungere le tavole degli italiani, e che vede uno snodo essenziale in alcuni grandi mercati di scambio per arrivare alla grande distribuzione. Tra tutti i settori, quello della ristorazione è forse il comparto più tradizionale e immediatamente percepito come tipico del fenomeno. In alcuni casi sono le stesse mafie a possedere addirittura franchising e dunque catene di ristoranti in varie città d’Italia e anche all’estero, forti dei capitali assicurati dai traffici illeciti collaterali.

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Il business dei profitti dell’agromafia reinvestiti nel cibo e nella ristorazione coinvolgerebbe oltre cinquemila locali in Italia, Foto iStock

ATTENZIONE QUANDO SCEGLIAMO CIBO A BASSO COSTO – Il business dei profitti dell’agromafia reinvestiti nel cibo e nella ristorazione coinvolgerebbe oltre cinquemila locali, con una più capillare presenza a Roma, Milano e nelle grandi città. Attività «pulite» che si affiancano a quelle «sporche», avvalendosi degli introiti delle seconde, assicurandosi così la possibilità di sopravvivere anche agli incerti andamenti del mercato e alle congiunture economiche sfavorevoli, ma anche di contare su un vantaggio rispetto alla concorrenza con la disponibilità di liquidità e la possibilità di espandere gli affari. «L’ agromafia va contrastata nei terreni agricoli, nella fase della distribuzione di prodotti che percorrono centinaia e migliaia di chilometri prima di giungere al consumatore finale, ma soprattutto con la trasparenza e l’informazione dei cittadini che devono poter conoscere la storia del prodotto che arriva nel piatto – afferma il presidente della Coldiretti, Roberto Moncalvo -. Occorre vigilare sul sottocosto e sui cibi low-cost dietro i quali spesso si nascondono ricette modificate, l’uso di ingredienti di minore qualità o metodi di produzione alternativi se non l’illegalità o lo sfruttamento».

Twitter @fabioditodaro

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